giovedì 5 novembre 2009

"La Pasta"


Anche Pondy ha il suo bel negozio di pasta fresca fatta in casa.

Circa sei mesi fa', nel mio tempo libero, avevo iniziato a guardarmi un po' intorno con la speranza di trovare un appartamento migliore dell'attuale. Fra broker indiani e intermediatori italiani mi ero imbattuto in Riccardo: accento nordico, trasferito con armi, bagagli e famigliola felice a Pondy oramai da dieci anni o più. Mi propose diverse case, alcune interessanti altre meno, poi non se ne fece più nulla. In una delle ultime però, una palazzina su tre piani, disse che aveva intenzione di tenersi il primo per aprire un alimentari di prodotti made in Italy & pasta fresca.

Incontrandolo successivamente in giro mi assicurò che il suo proposito era ancora valido e addirittura stava procedendo con i lavori. Però andava tutto piuttosto a rilento a causa di permessi che non arrivavano e di operai scansafatiche.
Più nulla fino al mese scorso quando parlando con il mio amico Diego ho saputo che era andato al nuovo negozio di Riccardo ed aveva comprato dei ravioli ripieni di spinaci e ricotta e del sugo al formaggio. A detta sua ottimi. I lavori erano finiti e l'alimentari/pasta fresca era operativo.
Mi riproposi di passarlo a trovare ma fra un impegno ed un altro non sono mai riuscito. Poi ieri sera insieme ad Emilio, visto che ci trovavamo nelle vicinanze, siamo finalmente andati allo shop. L'insegna diceva "La Pasta", nome semplice ma esauriente. Un bancone piuttosto spartano all'interno, una macchina per fare la sfoglia in bella mostra e tutta una serie di paste fresche stese: ravioli, tagliolini e diversi altri tipi.
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere e poi ordinato per il giorno seguente (oggi) mezzo chilo di ravioli ripieni alla carne. Al sugo penseremo noi, la sua amatriciana è fatta con il bacon. Nel nostro frigo resiste ancora un bel rotolo di pancetta portata dalle Marche, non c'è paragone (non me ne voglia Riccardo).

Stasera pasta fresca fatta in casa e prossimamente il responso.

c.




domenica 1 novembre 2009

Tamil Queen

Venerdì scorso la moglie del nostro fidato autista Yapa ha partorito una splendida bambina.

Sabato sono uscito un po' prima dal lavoro: Francis, il mio amico romano, veniva a trovarmi da Chennai ed avevamo appuntamento per pranzo al suo hotel. Così Yapa verso l'una mi ha riaccompagnato in centro, durante il tragitto mi ha chiesto se volevo passare a trovare sua moglie e la neonata. Ho accettato molto volentieri. Ho avvertito Francis che avrei fatto tardi e siamo andati diretti in ospedale. La struttura si trova nel quartiere francese, è privata ed è gestita dalle suore cattoliche. Yapa ha preferito portare la moglie qui nonostante il conto da pagare sia più alto rispetto alla clinica governativa. A detta sua il servizio è migliore e le camere sono più pulite e meno affollate.
Siamo saliti al reparto maternità al secondo piano: in effetti tutto sembrava ben tenuto ed igienico. Arrivati alla stanza della puerpera, tre metri quadri per tre, tre posti letto e quindici persone dentro (ho subito ripensato al discorso del "meno affollato della clinica governativa"), c'erano ad aspettarci la nonna e la bambina. Appena due giorni di vita, molto chiara e con tantissimi capelli. Sorpresi dalla mia visita mi hanno subito messo in braccio la marmocchia ed hanno iniziato a scattar foto con i cellulari.
Siamo rimasti circa un quarto d'ora. Nel frattempo c'è stato un via vai continuo di parenti e amici, tutti molto contenti di trovarmi lì: ero l'unico bianco dell'intero piano.
Di preciso non conosco la situazione dalle nostre parti in Italia, però sta bambina minuscola, che aveva voglia solo di dormire, passata di mano in mano mi faceva sorridere. Immagino che le nostre neo-mamme siano molto più gelose e paranoiche.

Yapa nei giorni scorsi mi aveva fatto vedere una lista con dei possibili nomi: ancora non sapeva però il sesso della bimba, quaggiù questo tipo di esami pre-parto sono proibiti. Fra quelli femminili comunque Thabata (Tamil Queen, Regina del Tamil) non mi dispiaceva.

L'ultima parola però spetta alla Mamma.

c.

giovedì 29 ottobre 2009

Nano


Era da un po' che volevo scrivere qualcosa sul traffico di queste parti. Però mi sembrava come sparare sulla Croce Rossa quindi ho sempre desistito.
Ora però lo spunto è ghiotto: un paio di sere fa tornando a casa ho visto la mia prima Tata Nano parcheggiata in Nerhu Street, l'arteria principale dello shopping qui a Pudu. Gialla e compatta, fresca di concessionaria, senza (ancora) nessun fronzolo o adesivo con cui di solito gli indiani impiastrano le loro automobili.
Il caso Tata Nano ha sollevato un vespaio di polemiche in India: l'uscita del modello sul mercato è stata posticipata più volte fino a che, almeno così mi sembra di aver letto, lo scorso Marzo si sono decisi a commercializzarla. La Nano ha un prezzo estremamente competitivo, circa 1700 euro, e dovrebbe rappresentare in India quello che in Italia ha rappresentato la 600 cioè l'icona del boom economico e della motorizzazione di massa. Nel subcontinente le automobili non sono così diffuse, anche se non sembrerebbe a giudicare dai continui ingorghi. Quaggiù però, non bisogna mai dimenticarsi del numero di persone con cui si ha a che fare. Se facciamo una statistica della percentuale di automobili per ogni abitante il risultato è infinitamente inferiore a quello di qualsiasi Paese occidentale.
Il mezzo di trasporto più diffuso è la motocicletta: è piuttosto comune imbattersi in un'allegra famigliola di quattro o addirittura cinque persone incastrata stile Tetris in sella ad una Hero Honda. Ho smesso fin da subito di chiedermi come diavolo riuscissero a tenersi in equilibrio, fatto sta che ci riescono. D'altronde anche gli autobus e i taxi comuni sono stipati all'inverosimile, molti passeggeri non disdegnano di farsi il viaggio sopra al tetto o addirittura aggrappati a qualche appiglio di fortuna. Anche durante la stagione delle piogge non abbandonano il loro mezzo a due ruote con il risultato che, nonostante cerate e k-way, arrivano a destinazione inzuppati come pesci. E' stato proprio quest'ultimo il motivo per cui il signor Ratan Tata ha deciso di investire in una macchina low-cost. Così che tutti o quasi avrebbero potuto permettersi una cappotta sotto la quale ripararsi nel periodo dei monsoni.
L'idea del Tycoon di Mumbai sembrava buona almeno negli intenti: però non si deve certo essere un esperto di finanza o di industria per capire che se si vuole costruire un automobile e venderla a 1700 euro e pensare oltretutto di ricavare un profitto, bisogna essere un mago.
La Tata, inizialmente, fu accusata di risparmiare sulla qualità delle materie prime e sulla scarsità dei sistemi di sicurezza. Poi, scoprirono, che la macchina veniva prodotta in degli stabilimenti del Gujarat, uno stato poverissimo, dove la manodopera è una delle più convenienti dell'India e la situazione dei lavoratori tremenda. Alla fine venne fuori la storia che l'automobile, essendo stretta ed alta, si ribaltava un po quello che successe in Europa con le prime Classe A della Mercedes. Solo dopo aver dimostrato l'assoluta falsità di tutte queste calunnie la Tata ottenne il via libera per la vendita.
Inizialmente scoppiò una sorta di follia collettiva, per far fronte alle numerose richieste le concessionarie organizzarono, addirittura, delle lotterie: il cliente arrivava pagava 3000 rupie (50 euro) e se veniva estratto poteva comprare la macchina altrimenti addio soldi. Poi con il passare del tempo l'entusiasmo scemò ed io stavo ancora aspettando di vedere in circolazione il primo modello.
Fino allo scorso Mercoledì. La Nano assomiglia ad una nostra Chevrolet (ex-Hyundai) Matiz, se possibile, ancora più plasticona....insomma, tanto rumore per nulla.

Di pari passo alla motorizzazione di massa dovrebbe svilupparsi un sistema di infrastrutture adeguato, quindi autostrade, strade secondarie e parcheggi. Ma fino ad ora, se escludiamo alcune highways che collegano le principali città, nulla di questo è stato fatto (almeno quà al Sud). Se realmente ogni moto diventerà una Tata Nano la già iper-congestionata situazione attuale si trasformerà in un inferno su quattroruote.

Speriamo bene Mr.Ratan...

India Gate SlideShow II

lunedì 26 ottobre 2009

A&A

Alberto e Arianna o Arianna e Alberto sono una bella coppia, giovane e bionda, di cooperanti Lodigiani. Fra le mie amicizie indiane il settore privato è nettamente surclassato da quello no-profit.
Lei, altruista, sensibile e generosa, ha mollato il suo lavoro, tanto sicuro quanto noioso, di impiegata alla Fed-Ex per dedicarsi alla causa indiana. Lui, iperattivo, entusiasta e un pò paraculo (non me ne voglia, l'accezione del termine è positiva), studi di perfezionamento e Master negli Stati Uniti aveva, invece, ben chiara quale sarebbe stata la sua carriera.

Arianna si è stabilita da subito a Pudu dove è la responsabile italiana per un Centro di accoglienza che tenta di garantire un futuro dignitoso a ragazzini ed adolescenti che altrimenti non l'avrebbero. Conta circa una cinquantina di ospiti ed il numero è in aumento. Forniscono una istruzione di base e cercano di insegnare ai ragazzi dei mestieri che potranno permettergli, un domani, un inserimento nel mondo del lavoro.

Alberto, inizialmente, girava in lungo e in largo il subcontinente e non solo, alla ricerca di progetti brillanti da poter finanziare attraverso la sua ONG di riferimento. Senza dubbio molto interessante ma allo stesso tempo faticoso e stressante. Affrontare un viaggio in treno da queste parti non è proprio la stessa cosa che sedersi con il posto prenotato su un Eurostar italiano. Anche le sue numerose trasferte aeree a lungo andare logoravano. Ora, però, pure lui è di stanza a Puducherry e si occupa del Centro.
Nonostante tutti i loro numerosi impegni e gli orari massacranti hanno trovato la forza di adottare due cuccioli. Tornando a casa una sera hanno visto stì due cagnolini abbandonati nella spazzatura, la tentazione è stata troppo forte ed ora India ed Asia scorrazzano felici (e pulite) nel loro appartamento.

Sabato sera abbiamo mangiato insieme dal Doc. Dopo cena Arianna ha fatto dei mojito fantastici...potrebbe insegnare tecnica e ricetta a qualcuno dei suoi ragazzi: un posto come barman sarebbe garantito...


c.



martedì 20 ottobre 2009

Davide 2.0

Davide sembra essere un nome comune fra i cooperanti.

Verso la metà di Agosto a sostituire Paolo Palmerini, ex-project manager per l'ong Ciai, è arrivato per l'appunto Davide: medico di Magenta, Lombardia. Divide il nome con il mio corregionale Amurri ed inizialmente stà cosa ha creato un pò di confusione. Chiamavi uno e si girava l'altro e viceversa. Ora questo problema non si pone più, Davide, il marchigiano, in India non metterà più piede; almeno nell'immediato. Come scrivevo in uno dei miei ultimi post il suo contratto indiano è terminato.

La "Casa di Davide", punto di riferimento nella movida puducherriana (..eheheh...), comunque continuerà ad essere tale: il lombardo ha rilevato l'affitto del marchigiano.

Il Dottore di Magenta inizialmente era piuttosto schivo e silenzioso. Rientreva tutto nei canoni di un normale ambientamento, con il passare del tempo si è sciolto. Rimane comunque una persona tranquilla e di poche parole nonchè ottimo sassofonista: almeno così dice. Abbiamo provato a farlo esibire ma non c'è stato verso: bisognerà attendere un altro pò per gustare la sua musica balcanica (e non solo, spero...).

Chiaccherando un pò con lui ho scoperto che prima di sbarcare a Pondy è stato un anno in Congo. Laggiù lavorava come medico in uno sperduto villaggio nel cuore dell'Africa Nera. Mi ha raccontato diversi aneddotti, divertenti per chi li ascolta, su camere da letto con serpente incorporato, su cene al buio dove era meglio non chiedere cosa ci fosse nel piatto (non era l'ultima tendenza africana, l'elettricità era una chimera) e su cellullari che prendevano una volta a settimana solo all'ombra di un determinato banano. Non proprio quello che si intende per comfort occidentali.

Dovrebbe rimanere in India almeno un anno. Facendogli un grande in bocca al lupo per la sua nuova avventura concludo con la speranza che ci allieti presto della sua musica.


c.

venerdì 11 settembre 2009

La svastica e la bandiera italiana



All'inizio ero perplesso: ritrovare in continuazione delle svastiche su camion, portoni, templi, elefanti e perfino manifesti pubblicitari mi lasciava alquanto stupito. Ovviamente avevo capito che il significato attribuito al simbolo non poteva essere lo stesso per cui è tristemente noto dalle nostre parti ma non riuscivo a conglierne il senso. Ho iniziato a chiedere in giro ed ho scoperto che la svastica simbologicamente appartiene alla tradizione Indu e solo successivamente è stata ripresa, in Europa, dai seguaci del nazional-socialismo per indicarne la appartenenza . Per l'induismo il simbolo è bene augurante e rappresenta in maniera stilizzata il Sole. Il nesso con il movimento politico del Fuhrer mi sfugge fatto stà però che venne adottato in Germania e poi la storia ha fatto il suo corso.


Altra usanza piuttosto bizzarra, almeno agli occhi occidentali, è quella di appendere sui ponteggi delle case in costruzione dei fantocci con la testa di demone simili a degli spaventapasseri. Credo si voglia proteggere il lavoratore da cattivi presagi. Ne hanno senza dubbio bisogno considerando che le regole per la sicurezza nei cantieri edili non sono proprio la prima priorità degli impresari. La maggiorparte dei manovali e dei carpentieri gira scalza e lavora in bilico su dei ponteggi di bambù che stanno in piedi per scommessa.


La testa di demone comunque ritorna, infatti ogni casa ne ha una a vegliare su di essa. Generalmente sono fatte di terraccotta: per intenderci sono dei vasi rovesciati a cui aggiungono due corna e dipingono una faccia sopra. Ne ho presa una anche io per il mio appartamento alla modica cifra di 200 rps (due euro e poco più...cosa non si fà per un pò di sicurezza). Veramente è molto brutta ed anche un pò inquietante, se non servisse da buon auspicio direi perfino che porta sfiga ma la padrona di casa mi ha rassicurato sul buon esito dell'acquisto.E' la stessa persona però che tiene una pietra penzolante appesa sopra al suo portone, per canalizzare l'energia che gira libera a Pondy.

Comunque mio padre, impresario edile, quando finiva di gettare un tetto sopra alla casa issava una bandiera italiana...Paese che vai tradizioni che trovi...